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March 4, 2020 ArticoloEveryday Life

 

Quanto è importante valutare la salute ormonale?

Se non lo avete ancora fatto, leggete prima il nostro articolo sulla salute ormonale di uomini e donne

Stili di vita scorretti, momenti particolari della vita (come ad esempio la menopausa) o semplicemente l’avanzare dell’età possono mettere l’organismo in una situazione di squilibrio metabolico nella produzione ormonale e nelle principali funzioni dell’organismo.

Per ripristinare l’equilibrio è consigliato intervenire in modo mirato e personalizzato verificando il proprio stato di salute ormonale attraverso la raccolta di una gamma di ormoni, analizzandone in modo preciso il loro dosaggio per poter fornire consigli mirati e su misura.

La determinazione dei livelli ormonali è di fondamentale importanza per lo studio di numerosi processi fisiologici.
Con l’esame della valutazione ormonale è possibile effettuare questa analisi direttamente su saliva, in modo semplice, affidabile e non invasivo.

Quali sono gli ormoni che vengono analizzati?

DHEA-Solfato, l’ormone della giovinezza

Il DHEA-Solfato è il precursore degli ormoni sessuali maschili (testosterone) e degli ormoni sessuali femminili (estradiolo) ed è considerato l’ormone della giovinezza, in quanto il suo livello cala naturale con l’avanzare dell’età.
Se si riscontrano valori alterati di questo ormone si potrebbe essere di fronte e un indice di invecchiamento precoce.

Maggiore è il livello del DHEA-Solfato e più è alta la carica ormonale.

Questo test è consigliato a chi presenta le seguenti caratteristiche:

  • comparsa precoce di rughe
  • scarsa reattività muscolare
  • aumento della massa grassa


Estradiolo

L’estradiolo è il principale ormone prodotto nella donna in età fertile, ma è un prodotto in quantità minore anche nell’uomo.

La valutazione di questo ormone è consigliata a chi presenta i seguenti disturbi:

  • calo del desiderio
  • dolori articolari
  • eccessiva ritenzione di liquidi
  • pettorale poco tonico o cadente nell’uomo
  • aumento del girovita

Progesterone, per le donne in cerca di una gravidanza

Sempre per quanto riguarda le donne, il progesterone risulta essere un buon indicatore di un ciclo mestruale regolare in età fertile, ma è utile testarlo a qualsiasi età. Diventa fondamentale il suo dosaggio in donne alla ricerca di una gravidanza.

Il test è consigliato a tutte le donne che presentano le seguenti caratteristiche:

  • alterazione del ciclo mestruale con ciclo irregolare, doloroso e/o molto abbondante
  • sindrome premestruale caratterizzata da tensione, irascibilità, attacchi di panico, disturbi del sonno, gonfiore premestruale, emicrania mestruale
  • pubertà precoce
  • cambiamenti repentini dell’umore e molto evidenti

Estradiolo e progesterone vanno testati insieme se ci sono problemi relativi alla sindrome premestruale.

Testosterone, l’ormone maschile 

Il testosterone invece, è l’ormone maschile che sovraintende alla funzione sessuale e all’equilibrio metabolico dell’uomo, anche se è presente in minor quantità anche nelle donne.

La sua misurazione è utile per la valutazione ormonale in sportivi, atleti o nelle terapie antiaging.

Il test è consigliato a tutti coloro che soffrono dei seguenti disturbi:

  • calo del desiderio sessuale o disfunzione erettile
  • negli uomini con ginecomastia e/o fianchi larghi
  • diminuzione della massa muscolare e/o calo della performance negli sportivi
  • perdita di capelli (anche nelle donne)
  • nelle donne con irregolarità del ciclo mestruale e con eccesso di peluria

 

Come viene fatto il test?

Il test di questi ormoni viene fatto attraverso la saliva. Ogni ormone richiede l’uso di una salivetta.
Per quanto riguarda l’esame del DHEA-Solfato è necessario masticare la salivetta al risveglio (intorno alle 7.00 / 8.00 del mattino) mentre per gli altri test menzionati sopra si può procedere con la raccolta della saliva in qualsiasi momento della giornata.

 

 

Per info:

telefono  +39 02 5830 0445

e-mail  segreteria@imgep.com

 

Riferimenti:  ormoni salivari, testosterone, ormoni femminili, gravidanza, salute ormonale
Redattore: Dott. Gabriele Coppo

 

 



April 10, 2015 Newsletter

40 mila nuovi casi di tumore al seno, è il dato agghiacciante che si registra ogni anno in Italia. Questo tipo di cancro è la prima causa di morte per malattia delle donne che vivono nei Paesi industrializzati. È una patologia che fa paura a molte e alle loro famiglie, per questo vi voglio parlare di prevenzione, l’arma più efficace per combattere la malattia. In particolare, vi parlo di un test innovativo per la prevenzione primaria del cancro mammario, in grado di svelare il fattore di rischio e, quindi, di poter adottare tempestivamente delle misure per contrastarlo, l’Estramet.

Come sempre e per quasi ogni aspetto che riguarda la nostra salute, buona parte della prevenzione deve partire dallo stile di vita e dall’alimentazione. Mangiare tanta frutta e verdura e limitare il consumo di cibi grassi e alcool, allontana il rischio di sviluppare il tumore al seno.

Ma ahimè non basta! È stato dimostrato che i fattori di rischio, oltre a uno stile di vita non salutare, sono di tipo genetico/familiare ed endocrini.

I ricercatori hanno scoperto che alla base dello sviluppo della malattia, nelle famiglie dove ha una forte incidenza, c’è una mutazione genetica di due geni identificati come BRCA1(Breast Carcinoma 1) e/o BRCA2 (Breast Carcinoma 2). Questi geni sono alla base dei tumori mammari ereditari.

Non è tutto, il terzo fattore che, secondo medici e ricercatori, provoca l’insorgere del tumore al seno è di tipo ormonale. Cioè, una prolungata esposizione agli estrogeni è determinante per lo sviluppo della malattia. In quest’ottica, le donne con menarca precoce, prima dei 12 anni, e con menopausa tardiva, oltre i 50 anni, corrono un rischio maggiore.

Proprio su quest’ultimo fattore di rischio si è concentrata la medicina negli ultimi tempi. I ricercatori hanno studiato il ruolo degli estrogeni nella formazione del tumore al seno. Le scoperte ottenute sono state in grado di sviluppare un test capace di determinare il fattore di rischio di sviluppare il cancro al seno, l’Estramet.

Non c’è bisogno che vi dica l’importanza di questa scoperta scientifica. Con un semplice esame dell’urina possiamo sapere quanto siamo a rischio e intraprendere delle azioni per modificare il nostro indice di rischio e, quindi, contrastare lo sviluppo della malattia.

Un esempio su come impedire l’insorgere della malattia è semplicemente assumendo una sostanza protettiva naturale, l’indolo3carbinolo, particolarmente presente nelle crucifere: cavolfiori, cavoli e cavoletti di Bruxelles. Questa sostanza da sola è in grado di modificare il metabolismo degli estrogeni.

in collaborazione con Synlab



March 26, 2015 Newsletter

C’è chi lo fa per necessità e chi, invece, lo fa per ragioni etiche; sempre più persone, oggi, sostituiscono il latte di origine animale, con uno di derivazione vegetale. Gli intolleranti al lattosio, i vegetariani estremi o vegani e chi ha il colesterolo alto, può scegliere tra diverse tipologie di latte ricavate da alimenti vegetali.

La soia, come in molti sapranno, è un legume originario della Cina, dove fu coltivata per la prima volta più di 5 mila anni fa. I frutti, simili ai fagioli, sono gialli e lunghi dai 3 agli 8 cm. Arrivò in Europa alla fine del 1800, inizialmente, solo per essere studiata ma, più tardi, fu anche coltivata. Non solo in Europa, le coltivazioni di soia ben presto, si estesero in tutto il mondo.

Il latte di soia si ottiene tramite un processo di macerazione, della durata di circa una notte, della soia intera oppure della sua farina. Poi, la soia è macinata e, a essa, è aggiunta l’acqua necessaria ad ottenere la consistenza desiderata. La purea ottenuta è portata a ebollizione. Infine, il tutto è filtrato per eliminare i residui. La preparazione è piuttosto semplice, infatti, il latte di soia può essere tranquillamente fatto in casa. In commercio, invece, lo troverete con la dicitura “bevanda di soia”, come vuole la legislazione europea.

I benefici più importanti del latte di soia sono principalmente due: non contengono lattosio e colesterolo.

Circa il 75% della popolazione mondiale, è intollerante al lattosio. Una buona fetta di popolazione mondiale, quindi, può trovare quasi tutti i benefici del latte vaccino in un latte di origine vegetale senza il rischio di avere reazioni allergiche. Tuttavia, è meglio fare attenzione, perché anche la soia può causare allergie (anche se in una percentuale esigua).

Come molti altri alimenti di origine vegetale, il latte di soia è privo di colesterolo. Non male come caratteristica per un alimento, soprattutto se pensiamo che una tazza di latte di mucca contiene, invece, 20 milligrammi di colesterolo, quasi il 7% della quantità raccomandata per un maschio adulto. Questa importantissima caratteristica, rende il latte di soia un alimento molto consigliato per chi ha il colesterolo alto o per chi ha sofferto o soffre di problemi cardiaci.

Invece, le proteine contenute nel latte di soia sono sostanzialmente le stesse del latte di mucca. Sono però, più digeribili e hanno un elevato tenore di lisina, un amminoacido essenziale per il corpo umano che va assunto esclusivamente attraverso l’alimentazione.

Questi i benefici fino ad oggi provati dalla scienza, si stanno facendo, però, altri studi per verificare l’ipotesi che la soia aiuti a prevenire nella donna il tumore al seno e nell’uomo il tumore alla prostata. Ci sarebbero, poi, ulteriori benefici per le donne in menopausa. Gli isoflavoni di soia, che agiscono in modo simile agli estrogeni, potrebbero, infatti, aiutare contro le vampate di calore e prevenire l’osteoporosi. Ma è tutto, ancora, da verificare!

Agli intolleranti al nichel questo latte non è consigliato d’uso giornaliero.



December 27, 2014 Newsletter

I test genetici BRCA 1 e BRCA 2 sono in grado di evidenziare alterazioni in tratti di DNA che regolano la crescita e la quantità delle cellule della mammella e dell’ovaio. Le donne portatrici della mutazione, sono maggiormente predisposte alla formazione del tumore al seno (circa il 70% se si considera una durata media della vita fino a settant’anni) e dell’ovaio (40-60% riferito alla stessa età media).

Gli specialisti consigliano di eseguire il test in caso di familiarità di primo grado per tumore della mammella e/o ovaio e/o in caso di esperienza diretta nel passato. Nel caso in cui venga riscontrata la mutazione è importante sottolineare come la possibilità di sviluppo della patologia sia più alta, ma non totale. Un risultato negativo per il test non azzera il rischio di ammalarsi ma lo rende paragonabile a quello della popolazione generale



September 24, 2014 Newsletter

Giovani o mature, snelle o in sovrappeso le donne prima o poi ne cadono quasi tutte vittime: stiamo parlando della cellulite, un problema che interessa l’80% della popolazione femminile e che costituisce motivo di cruccio e scontento per molte.

Integratori, creme e macchinari possono aiutare nell’attenuazione di questo inestetismo, ma per prevenirlo in maniera efficace il primo passo da compiere, sostengono gli esperti del settore, consiste nell’adottare uno stile di vita sano, che vuol dire movimento, cibo nella quantità e proporzioni corrette e riposo adeguato.

Per approfondire l’argomento ed imparare a scegliere cosa mettere nel carrello della spesa e cosa invece evitare, abbiamo chiesto aiuto al dottor Sacha Sorrentino, biologo nutrizionista esperto in nutrigenetica, intolleranze alimentari e nutrizione sportiva.

Che cos’è che causa davvero la cellulite?
La cellulite è un problema multifattoriale che grava sulla salute estetica femminile, spesso già in età post adolescenziale, conferendo alla cute l’aspetto a buccia d’arancia. Lo stress, l’alimentazione scorretta, la scarsa idratazione e la predisposizione genetica individuale sono i fattori principali che contribuiscono alla sua comparsa.
Poiché le terapie esistenti per la cura della cellulite sono insoddisfacenti per il trattamento delle forme più gravi, dopo la sua comparsa, diventa fondamentale un’azione preventiva.

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August 1, 2014 Newsletter

La tiroide è una delle principali ghiandole endocrine (produttrici di ormoni) che svolge un ruolo fondamentale nel controllo delle cellule e dei vari tessuti dell’organismo, con una forte influenza sulle molteplici funzioni corporee (peso corporeo, colesterolo, battito cardiaco, vista, massa muscolare, ciclo mestruale, stato mentale, cute e capelli).

La patologia più comune della tiroide è l’ipotiroidismo, la ridotta funzionalità della ghiandola che si ripercuote sulla riduzione della produzione di energia da parte delle cellule, con conseguente riduzione dell’attività metabolica. In pratica, l’organismo rallenta la produzione di ormoni e quindi il consumo di energia. Le donne sono più colpite rispetto agli uomini, con un rapporto che può arrivare a 5 donne su 1 uomo colpito. I sintomi più comuni, che passano spesso inosservati, sono:
stanchezza, freddolosità, letargia, aumento di peso, capelli secchi e sfibrati, pelle secca e ipotonica, etc.

La condizione opposta è l’ipertiroidismo, ossia un aumento delle produzione di ormoni tiroidei con conseguente aumento della produzione di energia, noto con il nome di morbo di Graves-Basedow.
Spesso è di origine auto immune, con produzione di anticorpi rivolti contro il TSH, che impediscono il normale funzionamento della ghiandola. Tra i principali sintomi vi sono: tremore di tutto il corpo, perdita di peso inspiegabile, sudorazione abbondante, insonnia, agitazione e irrequietezza, tachicardia (battito accelerato del cuore) ipertensione.

La diagnosi è molto agevole potendo misurare i valori di FT3 e FT4, TSH-r, e altri parametri correlati alla funzione tiroidea.

L’alimentazione riveste un ruolo importantissimo in caso di alterazione della tiroide. In caso di ipotiroidismo, ad esempio, è necessario ridurre i cibi ad alto contenuto di grassi idrogenati: burro, margarine e oli vegetali di origine non nota (diversi dall’ollio di oliva). Evitare le carenze di minerali fondamentali: ferro magnesio selenio Zinco, Iodio; le vitamine necessarie per un corretto funzionamento sono la Vit A, B6, B12, C, D, E. Chi soffre di ipertiroidismo dovrà fare attenzione al sale iodato. Il sale in generale va usato con parsimonia, verificando anche a quello contenuto nei prodotti alimentari industriali (cracker, patatine, insaccati). Si sconsigliano anche tutte le sostanze eccitanti il sistema nervoso: caffeina, cola, bevande energetiche, un eccesso di proteine animali.

Anche le intolleranze alimentari incidono sulla funzione tiroidea. Il test ALCAT per la diagnosi delle intolleranze identifica gli alimenti da non introdurre nella dieta, perché potenziali competitori con gli ormoni tiroidei, specifici e individuali.

Le indicazioni personalizzate del nutrizionista, consentono di stabilire una corretta alimentazione mirata a correggere naturalmente un iniziale squilibrio metabolico, e le conseguenze del caso.



July 7, 2014 Newsletter

Esiste un legame tra pesticidi e autismo? L’ambiente esterno, secondo i sospetti di numerosi scienziati e ricercatori, influenza lo sviluppo del feto, durante i primi mesi di gestazione, fino a condizionare le caratteristiche di quando sarà adulto.

Nello specifico, i ricercatori dell’UC Davis MIND Institute hanno analizzato il rapporto tra vita rurale e uso di pesticidi nell’agricoltura e autismo. Lo studio ha rivelato che, il rischio di avere un bambino affetto da autismo o da un altro ritardo dello sviluppo aumenta di oltre il 60% per le donne che vivono nelle vicinanze di campi e fattorie in cui si utilizzano pesticidi chimici. Lo studio,  pubblicato su Environmental Health Perspectives, ha mostrato, inoltre, come questo collegamento aumenti quando l’esposizione ai pesticidi avviene tra il secondo e il terzo trimestre della gravidanza.

In diverse zone della California, gli scienziati hanno analizzato l’associazione tra l’esposizione durante la gravidanza a specifiche classi di pestidici, tra cui organofosfati, piretroidi e carbammati, e una diagnosi di ritardo dello sviluppo o autismo nella prole. Lo studio confermerebbe i risultati di ricerche precedenti in merito alla relazione tra la nascita di un bambino autistico e l’esposizione prenatale ad agenti chimici, usati per l’agricoltura in California. Anche se i ricercatori devono ancora scoprire se alcuni sottogruppi sono più vulnerabili all’esposizione a questi composti rispetto ad altri, il messaggio è chiaro: le donne incinte dovrebbero evitare a tutti i costi il contatto con gli agenti chimici usati per l’agricoltura.

La ricerca ha evidenziato che ci sono diverse classi di pesticidi utilizzati più di frequente vicino alle zone in cui risiedono madri i cui bambini sono affetti da autismo o da ritardi. L’esposizione agli insetticidi, secondo i ricercatori, potrebbe essere dannosa durante la gestazione perché il cervello del feto, ancora in via di sviluppo, è più vulnerabile a quello di un adulto. Questi pesticidi contengono neurotossine, e l’esposizione in utero potrebbe disturbare lo sviluppo strutturale dei neuroni, determinando così alterazioni nei meccanismi di eccitazione e inibizione che governano l’umore, l’apprendimento, le interazioni sociali e il comportamento.

Lo studio enfatizza, inoltre, l’importanza dell’alimentazione materna durante la gravidanza, raccomandando soprattutto l’utilizzo di vitamine prenatali per diminuire il rischio di avere bambini affetti da autismo. Una dieta materna corretta, prima del concepimento, aiuta a creare le condizioni favorevoli per il futuro impianto e sviluppo del feto. Un’ alimentazione controllata e bilanciata, consente anche di prevenire malattie, carenze nutrizionali, allergie e intolleranze alimentari da adulto. Un controllo genetico per concepimento, sulla madre, può indirizzare un corretto stile di vita e soprattutto una corretta alimentazione, in modo da non causare o amplificare deficit nutrizionali importanti, per il feto e la madre.

Riferimenti: Environmental Health Perspectives doi: 10.1289/ehp.1307044



March 26, 2014 Newsletter

Un’alimentazione molto ricca di cibi fritti aumenta il rischio di obesità, ma anche la predisposizione genetica gioca un ruolo di primo piano. Lo affermano, nella rivista British medical journal Qibin Qi, i ricercatori della Harvard school of public health e del Brigham and women’s hospital e Harvard medical school a Boston in seguito allo studio condotto per valutare se ci fosse un legame tra consumo di cibi fritti e predisposizione genetica nel determinare l’indice di massa corporea.

«Oggi è noto che uno stile di vita poco sano porta all’aumento del peso corporeo, ma sembra anche che gli individui rispondano in modo diverso agli stimoli obesogenici ambientali in base al loro background genetico.
Oggi, sappiamo molto bene come si correlano le interazioni tra geni e fattori legati alla dieta e allo stile di vita nel determinare l’obesità. E per cercare di dimostrare questa ipotesi i ricercatori statunitensi hanno coinvolto oltre 37.000 persone – sia uomini sia donne – in uno studio basato su questionari alimentari che valutavano il consumo di cibo fritto e su un particolare indice di rischio genetico che misurava la predisposizione all’obesità.

Le persone che hanno preso parte allo studio sono state suddivise in tre categorie in base al loro consumo abituale di cibi fritti (meno di una volta a settimana, da una a tre volte a settimana e più di quattro volte a settimana), mentre per il rischio genetico è stato assegnato un punteggio compreso tra 0 e 64 in base a 32 varianti di SNPs – polimorfismi a singolo nucleotide – associati all’obesità. «Il primo dato è che le persone con un rischio più alto avevano un indice di massa corporea maggiore e lo stesso succedeva a chi assumeva le più alte quantità di fritto».

E andando più a fondo si osserva che, per chi mangia cibi fritti 4 o più volte a settimana, l’effetto negativo della dieta poco sana sull’aumento di peso è doppio se il rischio genetico è alto rispetto a quando tale rischio è basso.
«In pratica la genetica influenza l’effetto di una dieta errata».

Come spiegano Qi e colleghi, lo studio sottolinea l’importanza di ridurre i cibi fritti per prevenire l’obesità, soprattutto nelle persone geneticamente predisposte. Lo studio della genetica, in particolare la Nutrigenomica, ci aiuta nel capire chi ha maggiori probabilità di andare incontro a patologie legate all’alimentazione e come porvi rimedio.
La Nutrigenomica ci aiuta ad individuare le persone maggiormente a rischio di malattie legate al metabolismo degli zuccheri, dei grassi animali, all’alcol, i soggetti sensibili al glutine o predisposti alla celiachia, al lattosio. Il diabete tipo due, difetti del controllo dello stress ossidativo, la predisposizione all’ipertensione su base metabolica e altro ancora.

La prevenzione nutrizionale ci aiuta a ridurre il numero dei malati per diabete e patologie cardiache, previsti nei prossimi venti anni.

BMJ 2014; 348 doi: http://dx.doi.org/10.1136/bmj.g1610
BMJ 2014; 348 doi: http://dx.doi.org/10.1136/bmj.g1900



October 5, 2013 RASSEGNA STAMPA

IL LIBRO TRUCCHI E RICETTE PER CHI SOFFRE DI QUESTA INTOLLERANZA POCO NOTA

Nonna blogger insegna a vivere senza nichel – scarichi l’immagine dell’articolo (68 kb)

CASALINGA, madre, nonna. E ora scrittrice. La prima in Italia a pubblicare un libro di ricette per chi soffre di intolleranza al nichel. Tiziana Colombo, 53enne di Cavenago, è una piccola celebrità: da qualche tempo gira l’Italia per raccontare la sua esperienza, per spiegare agli alunni delle scuole alberghiere come preparare piatti gustosi depurandoli dell’odiato metallo.

130411_colomboCONFERENZE a Bari, Roma, Bolzano, Piacenza, Catania, Milano. Dunque conferenziera, appunto scrittrice, in partenza blogger. Perché tutto nasce dal suo blog «nonnapaperina» che fa il pieno di contatti raccontando che è possibile mangiare bene, anzi benissimo, dribblando allergie e intolleranze. Troppo appassionata della buona cucina, Tiziana, per arrendersi. E così comincia a studiare, a confrontarsi con i medici specialisti, ad ascoltare il vissuto di chi è stato costretto a modificare le proprie abitudini. «Ho sofferto per anni di disturbi di cui nessuno aveva capito l’origine: solo nel 2009 ho saputo di essere intollerante al nichel». Invece di scoraggiarsi, inizia la battaglia: «Da allora mi sono impegnata per sensibilizzare la popolazione e le istituzioni. Non c’è abbastanza considerazione, tant’è che l’esame specifico non viene nemmeno passato dalla mutua».

DA INTERNET alla carta il passo è stato breve: nel volume pubblicato da Silvana Editoriale, intitolato «Nichel. L’intolleranza? La cuciniamo», c’è un vasto campionario di ricette, almeno 115, e un lungo elenco di consigli sui metodi di cottura e le pentole da utilizzare, sui detersivi o i cosmetici da evitare. «Un libro così è una novità in Italia perché non esiste una sensibilità diffusa verso questa intolleranza. Ma gli incontri in giro per l’Italia testimoniano che un piccolo interesse sta nascendo. Anche perché l’intolleranza al nichel è sempre più frequente e colpisce soprattutto le donne. E i disturbi sono gravi, dalle crisi d’asma ai mal di testa ricorrenti». Il ricavato servirà a finanziare il sodalizio nato per sensibilizzare le istituzioni: «Sono riuscita a ricostruire la mia quotidianità, ora voglio aiutare altre persone che vivono questa condizione».

Rassegna stampa: La Stampa – 27 maggio 2013 – di MARCO DOZIO



December 1, 2012 Newsletter

La tiroide è una ghiandola endocrina, posta alla base del collo, che insieme ad altre ghiandole e cellule, costituisce il sistema endocrino (ovaie, testicoli, ipofisi, epifisi, ghiandole surrenali, pancreas).

Le ghiandole endocrine producono e riversano nel circolo sanguigno gli ormoni, molecole o “messaggeri chimici” in grado di influenzare e coordinare le diverse attività dell’organismo. Gli ormoni trasmettono segnali tra una parte e l’altra del corpo, e una volta giunti a destinazione agiscono sulla cellula bersaglio, che darà inizio a una particolare attività funzionale.

La tiroide influenza gran parte dell’organismo attraverso la produzione di due ormoni che controllano il metabolismo, ossia la trasformazione del cibo che mangiamo in energia: gli ormoni tri-iodorironina (T3) e gli ormoni Tiroxina (T4).

Per la sintesi di questi ormoni è indispensabile il buon funzionamento dell’ormone ipofisario TSH, un corretto apporto di iodio con la dieta, la presenza dell’aminoacido tirosina, di alcuni enzimi (tireoperossidasi TPO) e del selenio. La produzione di ormoni attivi tiroidei è legata anche alla presenza delle vitamine D, C, E, A.

L’alterazione di questo equilibrio porta a due opposte condizioni patologiche: ipotiroidismo o ipertiroidismo.

L’ipotiroidismo si manifesta in caso di ridotto funzionamento della tiroide che non è in grado di produrre la giusta quantità di ormoni, con conseguente riduzione dell’attività metabolica. Si tratta della patologia tiroidea più diffusa, che colpisce soprattutto le donne (con un rapporto donne e uomini che può essere 5:1).

I sintomi più comuni, che spesso passano inosservati, sono:
stanchezza, freddolosità, letargia, aumento di peso, capelli secchi e sfibrati, pelle secca e ipotonica, caduta dei capelli, stitichezza, mestruazioni più abbondanti, depressione.

L’ipertiroidismo è la condizione opposta: aumento della produzione di ormoni tiroidei, con conseguente aumento della produzione di energia (morbo di Graves-Basedow).
Spesso è di origine auto immune, con produzione di anticorpi rivolti contro il TSH che impediscono il normale funzionamento della ghiandola.
I principali sintomi sono: tremore di tutto il corpo, perdita di peso inspiegabile, sudorazione abbondante, insonnia, agitazione e irrequietezza, tachicardia (battito accelerato del cuore) e ipertensione.

Le patologie della tiroide possono essere diagnosticate in maniera relativamente semplice, vista l’accessibilità clinica della ghiandola stessa, e curate anche grazie a una dieta corretta.

L’alimentazione assume, infatti, un ruolo molto importante in caso di alterazione della tiroide.
In presenza d’ipotiroidismo è necessario ridurre i cibi ad alto contenuto di grassi idrogenati, burro margarine e oil vegetali di origine non nota (diversi dall’olio di oliva), e prevenire la mancanza di minerali fondamentali: ferro, magnesio, selenio Zinco, Iodio; Le vitamine necessarie per un corretto funzionamento sono le seguenti: A, B6, B12, C, D, E.

È consigliato l’uso di sale iodato, mentre sono da evitare le brassicacee (cavolfiore, broccoli e tutta
la famiglia delle crucifere), note per la loro caratteristica di ridurre lo iodio disponibile.

In caso d’ipertiroidismo è bene eliminare tutte le sostanze eccitanti il sistema nervoso: caffeina, cola, bevande energetiche, e un eccesso di proteine animali.

È molto importante, inoltre, per ridurre lo stato infiammatorio generale dell’organismo, valutare la presenza di eventuali intolleranze alimentari, che potrebbero interferire con la funzione tiroidea.
Lo strumento più indicato per la ricerca delle intolleranze alimentari è ALCAT, un test che permette di identificare gli alimenti da evitare, perché potenziali competitori degli ormoni tiroidei, specifici e individuali.

Le indicazioni personalizzate fornite dal medico e dal nutrizionista, possono aiutare a stabilire una corretta alimentazione, mirata a correggere in modo naturale, dove possibile, un iniziale squilibrio metabolico, e le conseguenze del caso.


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