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October 30, 2012 Newsletter

Dopo aver presentato pregi e difetti di “zucchero bianco, di canna e fruttosio“, (Come dolcificare nel modo migliore? – parte 1) proseguiamo la panoramica sui dolcificanti naturali e sintetici valutando: saccarina, aspartame, sucralosio e stevia.

SACCARINA: La saccarina è stata il primo dolcificante artificiale. La parola deriva dal latino e significa zucchero. È disponibile in tre forme: Acido Saccarinico, Saccarina di Sodio, Saccarina di Calcio. Quella più usata è la saccarina di sodio.

Ha un potere dolcificante 300 volte superiore al saccarosio, ma presenta un retrogusto leggermente amaro e metallico, generalmente considerato sgradevole specialmente ad alte concentrazioni. A differenza di simili composti di sintesi (es. aspartame), la saccarina è stabile al calore anche in ambiente acido, è inerte rispetto agli altri ingredienti alimentari e non richiede precauzioni di conservazione. Nei paesi in cui l’uso di entrambi i composti è consentito, la saccarina è spesso associata al Ciclammato in proporzioni 1:10 per correggere i citati difetti di retrogusto; è spesso associata anche all’aspartame.

Nel 1878 fu scoperta casualmente in un laboratorio, dove si lavorava il catrame. Fu una scoperta importante, soprattutto per i diabetici. Infatti, la saccarina transita attraverso l’apparato digerente senza alterare i livelli sanguigni d’insulina e in pratica senza fornire alcuna energia all’organismo.

Preoccupazione sulla potenziale nocività e cancerogenicità si espresse massimamente nel 1977, quando fu pubblicato un lavoro che comunicava l’aumento d’incidenza del cancro alla vescica in ratti alimentati con alte dosi di saccarina. Al momento, viste le bassissime quantità di utilizzo, non è stata dimostrata per tali quantità nessuna correlazione. La saccarina è impiegata in una grande varietà di cibi, bevande e cosmetici.

Non è metabolizzata dal nostro organismo; una volta assunta, è rapidamente assorbita (circa 90%) e come tale eliminata con le urine, senza subire modifiche. Non influenza i livelli glicemici e non fornisce alcuna energia all’organismo. Non favorisce la carie e quindi consigliata nelle diete ipocaloriche e nei diabetici. Restano, tuttavia, molti dubbi sulla tossicità, pur esistendo tantissimi studi che ne confermano la sicurezza per dosi di consumo normali. I dubbi circa il coinvolgimento della sostanza nei confronti del cancro alla vescica restano. Molta prudenza per l’uso in gravidanza, data la capacità di attraversare la placenta.

ASPARTAME: L’aspartame è un altro dolcificante artificiale. E’ composto da due aminoacidi, l’acido aspartico e la fenilalanina, più il metanolo che esterifica l’estremità carbossilica della Fenilalanina.

Pur avendo le stesse calorie dello zucchero, il suo potere dolcificante è 200 volte superiore; per questa ragione ne servono piccole quantità per dolcificare cibi e bevande.

Le persone che soffrono di fenilchetonuria (hanno difficoltà nell’assimilare la fenilalanina), devono limitare l’assunzione di questo dolcificante perché è fonte di fenilalanina.
L’utilizzo come dolcificante alimentare, con la sigla E 951, è autorizzato in dose massima giornaliera di 40 mg./Kg di peso. Esistono molte diatribe sul ruolo cancerogeno dell’aspartame (ci sono numerosi studi in merito). Nel 1980, un’inchiesta decretò la mancanza di dati sufficienti a confermare il legame tra aspartame e tumori al cervello.

Tuttavia, fu negata una nuova autorizzazione all’uso, in attesa di nuovi dati. Altri studi evidenziarono l’aumento dell’incidenza di linfomi e leucemie nei topi femmine a seguito dell’assunzione di vari dosaggi di aspartame. Inoltre, uno studio italiano ha confermato questi dati, e ha ipotizzato un legame tra formaldeide (il metabolismo dell’Aspartame, libera anche Metanolo, trasformato prima in Formaldeide e poi in Acido Formico, entrambi tossici) rilasciata dal metabolismo dell’aspartame e l’aumento di tumori cerebrali (Europee Journal of Oncology, del 2005). Entro settembre 2012, l’EFSA, la corrispondente europea dell’FDA americana, dovrà rivalutare la sicurezza dell’aspartame. Particolare importante: qualora sia presente un disturbo (potrebbero esisterne diversi), imputabile all’assunzione di aspartame, sono necessari 60 giorni senza assunzione di aspartame, per far regredire tale sintomatologia.

Uno dei più grossi limiti dell’aspartame è quello della non resistenza alle temperature (superiori ai 30°), quindi anche quella del corpo umano, che attiverebbe i processi che portano alla liberazione delle sostanze tossiche di cui parlavo prima. Per dovere d’informazione, riporto quali sono i punti a favore dell’aspartame che ne spingono l’utilizzo: basso potere calorico (essendo circa 200 volte più dolce del saccarosio) per cui ne servono piccolissime quantità; Non innalza la glicemia, per cui adatto ai diabetici, ma ricordiamo tutti i grossi dubbi ancora esistenti.

SUCRALOSIO: Diffuso da poco tempo, anche se scoperto in Inghilterra già nel 1976, questo dolcificante deriva dal saccarosio e, per le manipolazioni cui è sottoposto lo zucchero, è considerato un dolcificante artificiale.

E’ realizzato con un processo in più fasi, si parte dal classico zucchero da cucina, il saccarosio, cui sono sostituiti tre gruppi ossidrilici (formati da ossigeno e idrogeno) con tre atomi di cloro. Il risultato è un dolcificante stabile, con lo stesso sapore dello zucchero, ma senza calorie.

Dopo questa scoperta, il sucralosio, è stato sottoposto a un programma conclusivo di test sulla sicurezza per un periodo di 20 anni. Oggi il sucralosio, è autorizzato in oltre 80 paesi. Può essere utilizzato da tutti, anche da bambini, durante la gravidanza o l’allattamento, ed anche dai diabetici. Resiste al calore e può essere sottoposto a cottura, anche in forno. E’ molto utile per quanti cercano di ridurre l’assunzione di zucchero e calorie. Aumenta sempre più il numero di alimenti e bevande che sono dolcificate con sucralosio. Quello che rende possibile l’utilizzo in piccolissime quantità, è un potere dolcificante circa 600 volte superiore a quello dello zucchero.
Grosso vantaggio è l’eccellente sapore dolce, molto simile a quello dello zucchero.

Inizialmente vi fu un dubbio sul destino degli atomi di cloro, ma attendibili accertamenti hanno promosso a pieni voti questa sostanza. Infatti, il sucralosio rimane intatto nell’organismo. Il cloro non è liberato, dato che la molecola di sucralosio rimane intatta ed è eliminata quasi totalmente senza modifiche. Altro dato importante è che la molecola non interagisce minimamente con l’alimento che la contiene.

STEVIA: recentemente si è diffuso un nuovo dolcificante, che presenta interessanti caratteristiche: la stevia.

Si tratta di una piccola pianta erbacea arbustiva perenne della famiglia delle composite (lattuga, calendula, cicoria), nativa delle montagne fra Paraguay e Brasile. Ha una buona capacità dolcificante: nella sua forma naturale è circa 10/15 volte più dolce del normale zucchero da tavola. Nella sua forma più comune di polvere bianca, estratta dalle foglie della pianta, arriva a essere dalle 70 alle 400 volte più dolce dello zucchero, pertanto pare sia il dolcificante naturale più potente. Una sola fogliolina fresca dopo qualche istante, trasferisce al palato una forte sensazione dolce, lasciando alla fine un lieve retrogusto di liquirizia. I principi attivi sono lo Stevioside e il Rebaudioside A.

Non causa diabete; non ha calorie; non altera la glicemia; non dovrebbe avere tossicità (al contrario dei dolcificanti sintetici); non provoca carie; non contiene sostanze artificiali; può essere utilizzata per cucinare. Sono stati ipotizzati anche alcuni impieghi in medicina per il diabete e l’obesità. Consente, infatti, di ridurre il consumo di zucchero, specie quello bianco.

Si utilizza ormai su larga scala, in Giappone, per esempio, è già usata per dolcificare la Coca Cola Light.
La sua commercializzazione è stata a lungo ostacolata per via dei numerosi interessi legati alla produzione di altri dolcificanti ( barbabietole da zucchero, canna da zucchero ecc).

Importanti caratteristiche che la connotano sono:

  • Non è fermentabile (come lo zucchero), quindi utile a chi soffre di candida
  • Stabile al calore, almeno fino a 200° C
  • Non è tossica, quindi sicura
  • E’ senza calorie
  • Può essere utilizzata dai Diabetici e nelle diete ipocaloriche

È sicuramente un buon dolcificante naturale, già usato in molti paesi; per il momento i limiti sono dati dai costi, non ancora competitivi per la coltivazione delle piante e per l’estrazione.

Infine, per concludere questa panoramica sui dolcificanti (ricordo la prima parte dell’articolo: Come dolcificare nel modo migliore? – parte 1), vorrei esprimere solo una breve considerazione. Tra i vari dolcificanti, vale sempre la regola delle quantità, ad esempio, il fruttosio, entro limitate quantità, può essere utilizzato tranquillamente, ma aumentando il consumo crescono, in maniera direttamente proporzionale, gli svantaggi. Ricordo inoltre le virtù della stevia e del sucralosio, che veramente restano inerti e senza calorie.

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



August 30, 2012 Newsletter

Per far la vita meno amara, e per mantenere in equilibrio la nostra situazione energetica, abbiamo spesso bisogno di soddisfare la nostra voglia di “dolce”. Ma come dolcificare nel modo migliore? Dolcificanti naturali o artificiali?

Facciamo una piccola premessa.

Zucchero è un termine generale che indica tutti i Carboidrati o Glucidi, sostanze organiche formate da Carbonio, Idrogeno e Ossigeno, con formula molecolare (CH2O) n.
I Carboidrati vengono di solito classificati in semplici e complessi; quelli semplici, chiamati zuccheri, comprendono i Monosaccaridi (con una molecola di zucchero), gli Oligosaccaridi (con due o più molecole) e i Polisaccaridi (con molte molecole di zucchero). Tra i Monosaccaridi, ricordiamo il Glucosio, il Fruttosio, il Galattosio. Gli Oligosaccaridi si trovano prevalentemente nei vegetali, in particolare nei legumi.

Da un punto di vista nutrizionale, i più importanti sono i disaccaridi (con due zuccheri), tra cui:

  • Saccarosio (Glucosio+Fruttosio), lo zucchero da cucina
  • Lattosio (Galattosio+Glucosio), lo zucchero del latte
  • Maltosio (Glucosio+Glucosio), lo zucchero dei cereali.

I Polisaccaridi si formano dall’unione di numerosi monosaccaridi e si distinguono in Polisaccaridi Vegetali (Amidi e Fibre) e di Origine Animale (Glicogeno).
Oltre agli zuccheri naturali, derivanti da piante, frutti e altri prodotti naturali, vi sono i dolcificanti di sintesi, prodotti con procedimenti chimici particolari.
Fatta questa breve premessa, andiamo ad analizzare le caratteristiche delle sostanze dolcificanti, sia naturali sia sintetiche, valutando i pregi e i difetti che possono avere per noi consumatori.

Prenderemo in considerazione lo Zucchero Bianco, lo Zucchero di Canna e il Fruttosio. Seguirà un secondo articolo in cui valuteremo la Saccarina, l’Aspartame, il Sucralosio e la Stevia.

ZUCCHERO BIANCO

Lo zucchero bianco è il prodotto finale di una lunga trasformazione del succo zuccherino derivato dalla barbabietola o dalla canna da zucchero. Dapprima, il succo è depurato con calce idrata, che provoca la perdita e la distruzione di sostanze organiche, proteine, enzimi e calcio; e poi trattato con Anidride Carbonica, per eliminare i residui di calce. Prima di essere sottoposto a cottura, raffreddamento, cristallizzazione e centrifugazione, il prodotto subisce un trattamento con Acido Solforoso, che consente di eliminare il colore scuro. Si ottiene così lo zucchero grezzo. Si passa poi alla seconda fase della lavorazione in cui lo zucchero è filtrato, decolorato con carbone animale e, per eliminare il colore giallognolo residuo, colorato con il “Blu oltremare” o con il “blu Idantrene” (colorante proveniente dal catrame, quindi cancerogeno).

Il prodotto finale è una sostanza cristallina (e apparentemente naturale), che però non contiene più tutte le sostanze vitali e le vitamine presenti nella barbabietola o nella canna da zucchero.

ZUCCHERO di CANNA GREZZO

Si ottiene direttamente dal succo estratto dalle Canne da Zucchero, schiacciate con operazioni artigianali (senza l’utilizzo di sostanze chimiche). La sua consistenza granulosa o in polvere non è mai cristallina, e le canne, molto spesso, provengono da coltivazioni biologiche.

Che cosa avviene nel nostro organismo quando ingeriamo lo zucchero raffinato?

Per poter essere assimilato e digerito, e per ricostituire l’armonia di elementi distrutta nel processo di raffinazione, lo zucchero bianco sottrae al nostro organismo vitamine e sali minerali (soprattutto Calcio e Cromo). Questo tipo di situazione è molto ridotta quando s’ingerisce lo zucchero di canna grezzo, perché quest’ultimo contiene ancora alcune sostanze benefiche che invece si perdono nel processo che conduce allo zucchero bianco.

A livello intestinale, lo zucchero bianco provoca fenomeni fermentativi con produzione di gas, aumento della tensione addominale, e alterazione della flora batterica, che genera inevitabili coliti, stipsi, diarree.

Lo zucchero bianco ha, inoltre, una grande influenza sul metabolismo e sul sistema nervoso. Il rapido assorbimento dello zucchero nel sangue provoca un innalzamento della glicemia cui segue una rapida liberazione di Insulina, e la conseguente caduta del tasso glicemico (crisi ipoglicemica), caratterizzata da uno stato di malessere generalizzato, debolezza, irritabilità, nervosismo e bisogno di mangiare per sentirsi di nuovo in forma.

Questi dannosi sviluppi sono stati ampiamente verificati negli Stati Uniti, dove alcuni studi hanno evidenziato l’aumento di violenza e aggressività nei bambini che abusano di zucchero raffinato (zucchero bianco). Non dimentichiamo, inoltre, che lo zucchero è senz’altro una delle cause del sovrappeso e dell’obesità, patologie sempre più diffuse, specie tra i bambini. Considerati, dunque, i numerosi effetti negativi dello zucchero sul nostro organismo il consiglio è di moderarne l’uso, e limitare il consumo di tutti quegli alimenti lavorati e confezionati che lo contengono.

FRUTTOSIO

Il fruttosio, detto anche Levulsio, è un monosaccaride chetonico (particolare gruppo chimico, con doppio legame tra carbonio e ossigeno) che si trova prevalentemente nella frutta zuccherina, nel miele e in alcune verdure; combinato con una molecola di glucosio, forma il saccarosio, il classico zucchero da cucina.

Buona parte del fruttosio in commercio proviene dallo sciroppo di mais ricco di fruttosio, noto con l’acronimo HFCS (High Fructose Corn Syrup). Questa sostanza si ottiene convertendo il glucosio presente nell’amido di mais, mediante un processo d’isomerizzazione (glucosio e fruttosio, sono molecole simili, entrambi con sei atomi di carbonio, ma disposte nello spazio in maniera diversa).

Il Fruttosio è assorbito più lentamente dall’organismo, e una volta assorbito, non entra direttamente in circolo, ma viene trasformato in glucosio dal fegato. Una volta convertito in glucosio, può subire due trasformazioni: essere convertito in glicogeno epatico (zucchero di riserva energetica per l’organismo), o in Trigliceridi. Sicuramente il fruttosio ha il vantaggio di avere un basso impatto glicemico, ma in ogni caso, non bisogna abusarne, perché può alzare moltissimo i trigliceridi nel sangue.

Elevate quantità di fruttosio possono anche causare diarrea, dolori addominali, flatulenza.
Recentemente si è riscontrata anche la presenza d’intolleranze alimentari verso il Fruttosio (diagnosticabile con il test per le intolleranze alimentari ALCAT), da non confondere con quelle genetiche (fruttosemia genetica).

Il Fruttosio, se consumato in dosi eccessive, può anche determinare, soprattutto nei soggetti predisposti, un aumento di Acido Urico.

Tra i vantaggi c’è quello di avere un potere dolcificante del 30% superiore rispetto al saccarosio (e quindi ne serve meno). Si tratta inoltre di un valido compromesso tra l’assenza di sostanze tossiche utilizzate per la sua preparazione e i processi metabolici (vedi glicemia, insuline mia ecc) legati al suo metabolismo (punti entrambi a sfavore del saccarosio, soprattutto il bianco).

Se non supera la quantità di 30 grammi a pasto, l’assunzione di fruttosio non influisce sui valori dell’insulina, altrimenti è trasformato in glucosio e può determinare un aumento dei livelli di glicemia nel sangue (per questo motivo l’ADA, l’American Diabetes Associations, ne ha vietato l’uso ai diabetici).

Anche in questo caso, come per il saccarosio, è quindi fondamentale non abusare della sostanza.

Per completare la breve descrizione, e a riprova dell’importanza delle “quantità”, voglio evidenziare
un “chicca” biochimica che è rilevante per l’interpretazione di una serie di alterazioni tipiche del Diabete e dell’obesità. Il Fruttosio è trasportato nelle cellule per diffusione facilitata, mentre il glucosio e il lattosio sono trasportati attivamente insieme a ioni Na+, che si legano alle proteine trasportatrici che consentono di attraversare le membrane. Queste molecole trasportatrici sono chiamate GLUT, e ce ne sono almeno 5, con funzioni diverse. La GLUT 4 dipende direttamente dall’insulina, si trova soprattutto nel muscolo e nel tessuto adiposo e rappresenta la maggior attività trasportatrice di Glucosio nell’Adipocita.

segue: Come dolcificare nel modo migliore? – parte 2

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



May 30, 2012 Newsletter

L’aumento ponderale è uno dei problemi più sentiti di quest’ultimo periodo, non solo per la componente estetica, ma soprattutto per quella medico sanitaria. Dati preoccupanti circa l’aumento vertiginoso dell’obesità, e comunque del sovrappeso in generale, hanno indotto i mass media e gli organismi sanitari a occuparsi sempre più del problema, organizzando campagne a favore della riduzione del peso e di un’alimentazione sempre più salutista e attenta. Giusto per fare un breve cenno statistico, a conferma dell’importante ruolo svolto dalla prevenzione, migliore arma contro il sovrappeso, la media nazionale, in Italia, sfiora il 25% di soggetti obesi e in sovrappeso (con punte di quasi il 40% in Campania e in Valle d’Aosta con circa il 15%). In Italia, solo il 53% della popolazione rientra nella fascia del normopeso.

Alla luce di quanto esposto e, vista l’affluenza presso i nostri ambulatori di pazienti in sovrappeso, abbiamo ritenuto opportuno verificare i risultati dell’azione congiunta di determinati interventi dietetici, attività fisica, e utilizzo d’integratori a base di sostanze naturali nell’indurre una riduzione ponderale in soggetti sovrappeso. Si tratta di dati iniziali che, se incoraggianti, dovranno essere confermati da controlli a lungo termine. Rientrano nell’indagine anche i test sulle intolleranze alimentari. Sono, infatti, numerosissimi ormai gli studi che confermano la stretta correlazione tra la presenza di un’intolleranza alimentare e il sovrappeso.

Esistono situazioni in cui l’organismo, pur assumendo la giusta quantità di alimenti, è incapace di utilizzarli nel modo corretto. Si formano così delle scorie che ostacolano i normali meccanismi metabolici, e generano una condizione che si manifesta spesso anche in concomitanza di un’intolleranza alimentare. Tali situazioni infiammatorie possono peggiorare o provocare ritenzione idrica, edemi o alterazioni del microcircolo. Migliorando lo stato infiammatorio di un’intolleranza alimentare migliorano notevolmente circonferenza corporea e peso. Un recente studio ha confermato che il tessuto adiposo dell’obeso è caratterizzato dall’infiltrazione di macrofagi, importante fonte d’infiammazione del tessuto stesso.

Grazie alla pratica ambulatoriale quotidiana ho potuto verificare che, se in presenza di un’intolleranza alimentare, apportando le dovute modifiche alla dieta e monitorando costantemente la composizione corporea è possibile ottenere ottimi risultati non solo nella riduzione ponderale, ma anche nel benessere psicofisico. Cito con piacere il test grazie che mi ha permesso di raggiungere importanti risultati nella diagnosi delle Intolleranze e nella messa appunto di un programma nutrizionale adeguato. Si tratta di ALCAT, test completamente computerizzato, con alta ripetitività (fondamentale in questo tipo di analisi), approvato anche dall’FDA americana.

Prosegua scaricando lo studio in formato pdf >>

Studio Osservazionale

Dr. F. Lampugnani – Biologo Nutrizionista Specialista in Farmacologia
Dr. A. Scardicchio – Ist. Medicina dello Sport BARI
Dr. V. Amendola – Ist. Medicina dello Sport BARI
Dr. M. Amendola – Ist. Medicina dello Sport BARI
Dr. D. Accettura – Ist. Medicina dello Sport BARI

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June 30, 2011 Newsletter

Nell’ambito del contributo che la delegazione della Società Italiana Nutrizione Sport e Benessere (SINSeB) porterà all’ “8th Annual ISSN Conference”, il congresso della Società Scientifica Americana ISSN, che si terrà a Las Vegas dal 23 al 25 giugno 2011, verrà presentato uno Lavoro Scientifico che dimostra l’efficacia della metodica Alcat Test per la diagnosi delle intolleranze alimentari.

In particolare, in questo caso, Alcat Test è stato utilizzato per la diagnosi di intolleranze alimentari in atleti di alto livello.

Le intolleranze alimentari si manifestano con una sintomatologia di tipo psico-fisico molto variegata, che oltre a compromettere la salute e il benessere dell’individuo, negli sportivi può impedire il raggiungimento degli obiettivi di allenamento e influenzare negativamente la performance. Solitamente però il piano nutrizionale elaborato per il recupero della tolleranza immunologica viene ottenuto con rigidi schemi dietetici, che mal si adattano agli impegni e alle specifiche esigenze nutrizionali dello sportivo di elite.

Questa breve premessa traccia il percorso di “Rational management of food intolerance in elite soccer club”, lo studio Scientifico che il Prof. Fabrizio Angelini, Presidente della Società Italiana Nutrizione Sport e Benessere (SINSeB) e Consulente della Juventus, presenterà all’Evento ISSN.

Lo studio, che ha avuto come campione un gruppo di calciatori di elite individuati in una squadra del campionato di Serie A italiano, è stato eseguito con lo scopo di valutare oggettivamente la presenza di intolleranza alimentare, impostare un piano nutrizionale per il recupero della tolleranza immunologica e testarne l’efficacia.

I risultati ottenuti confermano l’efficacia di Alcat test nell’individuare le reazioni di intolleranza alimentare in soggetti che inizialmente lamentano sintomi specifici. Si conferma, inoltre, l’efficacia e l’attuabilità nello sportivo di elite di una dieta personalizzata basata sui principi della moderazione e dell’esclusione razionale dei cibi reattivi.

La metodica Alcat consente, infatti, di elaborare un piano nutrizionale graduale e flessibile particolarmente indicato per venire incontro alle specifiche esigenze nutrizionali e logistiche del calciatore di elite.

Lo Studio è stato eseguito in collaborazione con lo Staff Medico della Juventus F.C.



March 30, 2011 Newsletter

a cura del dr. Francesco Lampugnani

Il problema delle intolleranze alimentari sta diventando sempre più diffuso tra la popolazione e, sicuramente, i pazienti che riescono a confermare la presenza di un’intolleranza alimentare legandola ad una sequela di sintomi lamentati è ancora una grossa minoranza rispetto al grande numero di pazienti che, pur lamentando problemi importanti legati al tipo di vita che si conduce, non identificano un’intolleranza alimentare e di conseguenza un atteggiamento correttivo idoneo, perché o non conoscono l’esistenza della problematica (intolleranza), o perché non hanno ricevuto le giuste informazioni, o perché grosse dosi di scetticismo regnano 110328_alcatancora negli ambienti sanitari.

Fatta questa breve premessa, la mia esperienza in ambulatorio mi permette di confermare quanto riferito, in quanto una grossa percentuale di pazienti si è avvicinata ed ha effettuato il test per le intolleranze alimentari (che successivamente definiremo IA) solo dopo che ha avuto chiare tutte le informazioni necessarie ad associare le diverse sintomatologie manifestate alla presenza di un’IA.

Cosa molto importante è il non sapere, da parte del paziente, che tutta una serie di sintomi manifestati (gonfiore, stanchezza, stipsi, diarrea, cefalea, disturbi dell’umore, ecc) possono essere scatenati dalla presenza di un’IA. Arrivando insieme, durante l’importante momento conoscitivo dell’anamnesi, il paziente si rende conto che tante situazioni, alle quali molte volte non da peso, sono legate all’introduzione di determinati alimenti e che la successiva eliminazione o riduzione potrebbe essere di grande aiuto per il miglioramento della sintomatologia.

Come ormai sappiamo, definiamo Intolleranza Alimentare una reazione ritardata fino a 72 ore dopo l’assunzione di alimenti quotidiani e che si traduce in sintomi molto simili a quelli di un’allergia.

Alla luce della mia esperienza, sicuramente inizio a delineare importanti risultati legati alla presenza di un’IA e le abitudini di vita dei pazienti. Infatti, tra le associazioni più presenti, rientrano sicuramente le ripetitività alimentari: pazienti che ormai da anni assumono sempre gli stessi alimenti, vuoi per pigrizia, vuoi per ristrettezze di gusto.

Altre situazioni che si presentano sono legate alla qualità alimentare. Pazienti con alimentazione poco “salutista”, con utilizzo di alimenti molto sintetici (merendine, alimenti conservati, alimenti con molti grassi ed additivi chimici, ecc) e con pochi alimenti freschi e naturali, hanno manifestato, dopo anni di alimentazione di questo tipo, disturbi che ben indagati e sviscerati, hanno espresso la presenza di un’IA.

Altra situazione molto diffusa è quella legata a pazienti che hanno fatto abbondante uso di antibiotici o che hanno una situazione intestinale non ottimale. Infatti, riuscendo a ristabilire quel famoso equilibrio intestinale che è alla base di una corretta funzionalità, associato al trattamento di alleggerimento verso certi alimenti, si riesce a risolvere diverse situazioni alterate. Questi ultimi riferimenti mi permettono di sottolineare quanto sia importante avere sempre in giusta considerazione l’Eubiosi intestinale. Infatti il primo approccio operativo nei confronti di pazienti con disturbi associabili alla presenza di un’IA è proprio quello di riprendere uno stato di funzionalità intestinale ottimale. Cosa che di solito riesco a fare modificando le abitudini alimentari ed associando sempre Prebiotici e Probiotici, utili anche per una ripresa immunitaria a livello intestinale.

Per quanto riguarda la mia casistica, penso di poter dare un piccolo contributo analizzando un parte di pazienti che hanno fatto il Test per le Intolleranze Alimentari “ALCAT”.

Nello specifico, posso riferire di una casistica di 46 pazienti (31 donne e 15 uomini), con un’età compresa tra i 15 ed 65 anni, con una maggior presenza tra i 46 e 50 anni (17%) ed i 41 e 45 anni (11%) e tra i 56 e 60 anni (11%). Si iniziano anche a delineare dei profili di insorgenza delle IA molto interessanti.
Infatti come dati molto preliminari, saltano all’occhio due importanti risultati: tra gli uomini, l’intolleranza più rappresentata, è stata quella per lo Zucchero di Canna (60% del campione). A seguire Cacao (46% del campione), Caffè (40% del campione), Lievito Chimico (20% del campione) ed a seguire tutte le altre.
Per le donne invece, sempre per il campione analizzato, ho notato questo tipo di risposta: la più rappresentata è stata quella al Pomodoro (48% del campione), a seguire, Caffè, Frumento, Lievito Chimico (per tutte 35%). Discorso a parte merita l’intolleranza al Lattosio, sempre più diffusa (ovviamente), che per i due gruppi ha rappresentato una percentuale tra il 26 ed il 32%.

Molto interessante è una conferma pervenuta da uno studio Americano molto recente che dimostrava l’associazione, nei pazienti studiati, tra Intolleranze al Frumento ed ai Lieviti e la presenza di Tiroiditi. Anche nella mia casistica, ho potuto verificare quasi totalmente tale affermazione, che meriterà logicamente maggiori approfondimenti.

In conclusione, il mio giudizio su questo tipo di test è molto positivo. Ho avuto modo di confrontare i rilevamenti con altre realtà e sicuramente i risultati più importanti li ho avuti con l’Alcat.

Il test, cosa molto importante, mi permette di avere una visione più completa del paziente, che a sua volta riesce a confermare quasi del tutto la presenza dell’Intolleranza ad un alimento molto sospetto, con la controprova del miglioramento della sintomatologia legato alla disintossicazione ed alla riabilitazione verso l’alimento interessato. Inoltre, grazie all’individuazione degli alimenti, riesco a costruire un piano alimentare ritagliato a dovere e permettere tutta una serie di cambiamenti necessari per il paziente (riduzione di peso o aumento di peso; sintomatologia generale; ed infine, cosa non da poco, miglior educazione alimentare).

Penso utile, ai fine dell’informazione, aggiungere che in un certo numero di pazienti anche sportivi ho avuto modo di constatare un miglioramento delle loro prestazioni atletiche, parallelamente al miglioramento della sintomatologia generale, dopo l’individuazione di un’Intolleranza Alimentare.



December 30, 2009 Newsletter

Elevati livelli plasmatici di folati (acido folico) incrementerebbero il rischio di cancro al seno in donne in cui è presente la variante allelica 677T del gene Mthfr (folate-metabolizing enzyme methylenetetrahydrofolate reductase).

A stabilirlo è uno studio pubblicato su American Journal of Clinical Nutrition che ha, per la prima volta, valutato l’influenza del contenuto plasmatico di acido folico sul rischio di carcinoma mammario alla luce di specifici mutazioni del gene MTHFR.

L’indagine coordinata da Ulrika C. Ericson della Lund University di Malmoe in Svezia ha previsto il reclutamento di 313 pazienti affette da cancro al seno e di 626 donne sane, di età compresa tra 55 e 73 anni. In breve, la concentrazione plasmatica di folati è risultata significativamente più bassa in presenza del genotipo Mthfr 677TT, rispetto a quello Mthfr 677CC. In donne con MTHFR 677T, alte concentrazioni di folati sono associate a un aumento del rischio di tumore mammario (P=0,03).
(American Journal of Clinical Nutrition 2009, 90, 1380-1389)

La medicina genetica preventiva è in grado di ricercare la mutazione nel gene MTHFR. Una volta avuto l’esito del test genetico, il medico specialista indicherà gli opportuni accorgimenti alimentari e integratori specifici tali da influenzare in maniera positiva il gene.
Lo scopo è di utilizzare al meglio le indagini genetiche, oggi disponibili per tutti, per prevenire malattie anche gravi, come il cancro al seno. Il test genetico GENODIET, è utilizzato per la ricerca delle alterazioni genetiche che sono in grado di favorire malattie come il diabete tipo 2, ipertensione, aterosclerosi, decadimento cognitivo.

 



May 30, 2009 Newsletter

I disturbi riferibili a patologie dell’apparato gastrointestinale sono numerosi e affliggono migliaia di persone; spesso sono trascurati dai pazienti che immaginano possano essere solo disturbi passeggeri o legati a particolari situazioni; è anche vero che però nonostante vari accertamenti non si arrivi ad una diagnosi precisa per cui la situazione rimane incerta o rientra nel quadro più generico di sindrome del colon irritabile.

In tale situazione spesso non viene presa in considerazione che il quadro clinico sia provocato dalla celiachia; infatti a parte la forma classica che in genere si manifesta nei primi anni di vita, esistono altre forme che si possono manifestare nell’età adulta; esse hanno in genere sintomi analoghi a quelli della forma classica e sono sovente contrassegnati da esami clinici e strumentali contraddittori o addirittura negativi. A supporto di tale dato alcuni studi recenti effettuati da ricercatori nordamericani hanno evidenziato i pazienti affetti da colon irritabile hanno una probabilità nettamente più alta di essere affetti da celiachia.

È evidente che in tali situazioni conoscere la predisposizione a tale patologia può aiutare notevolmente il paziente e il medico ad intraprendere un iter terapeutico mirato e corretto e ad un regime dietetico adeguato.

Questi quadri di celiachia potenziali o silenti sono contrassegnati da caratteristiche sieriche, immunologiche e genetiche tipiche della celiachia. In questo senso presso l’Istituto di Medicina Biologica sono disponibili test genetici in grado di identificare i portatori di tali caratteristiche.

Il test è di facile esecuzione, semplice e costi contenuti e consente un inquadramento diagnostico importante perché permette di distinguere una intolleranza al glutine geneticamente determinata o una intolleranza acquisita per cattive abitudini alimentari.

In questo contesto la possibilità di identificare le situazioni a rischio permette da una parte di impostare un trattamento adeguato e dall’altra di prevenire un ulteriore peggioramento dei sintomi e della qualità della vita.



February 1, 2009 Newsletter

Ma la dieta serve a far dimagrire le persone veramente o non serve a nulla? Dalle ultime ricerche emergono dei nuovi dettagli sull’uso e concetto di dieta.Il parere di alcuni esperti in campo nutrizionale affiancati da psicologi, afferma che il calcolo delle calorie e dei pesi conta meno delle emozioni. Anzi a volte è la causa scatenante delle oscillazioni di peso con effetto yo-yo dopo anni di diete di ogni tipo.

Il termine dieta viene dal greco “Dieta” che significa vita, stile di vita, ed è proprio a questo che bisogna mirare: il cambiamento o la parziale modifica del proprio stile di vita aiuta molto più che una bilancia per pesare gli alimenti prima di cucinare!
A questo proposito il sapere quale tipo di alimento è più utile per il nostro tipo di metabolismo, e quale ci aiuta meno o è meno favorevole, è importante in questo tipo di approccio nutrizionale.

Il test degli alimenti ALCAT® ci orienta sul tipo di alimento che ci fa sentire stanchi, svogliati, senza energie o memoria, che ci fa sentire gonfi con un senso di pienezza sin dai primi bocconi. Tramite un prelievo di sangue possiamo conoscere gli alimenti che ci disturbano e favorire altri alimenti che ci aiutano a stare in forma. Il primo farmaco è il cibo!

Il profilo pratico alimentare e le emozioni ad esso legate sono oggetto di studio da diverso tempo. Presso il nostro istituto da alcuni anni si pratica questo tipo di analisi, di aiuto e supporto determinante nel controllo del peso e del rapporto con il cibo.
Le ricerche fino ad ora e l’esperienza dei medici nutrizionisti e non, confermano che alla base di alcuni meccanismi metabolici ci sono alcuni mediatori chimici che modulano le sensazioni legate al cibo. Tra questi la serotonina gioca un ruolo rilevante. A tutti è nota la voglia di alcuni alimenti rispetto ad altri, come il carboidrato o il cioccolato e altri. La causa è nella produzione di quantità adeguate di serotonina. Il cibo intollerato fa produrre molta serotonina che viene rapidamente consumata e quindi questo innesca un meccanismo per il quale il determinato alimento è richiesto con maggiore frequenza. Ecco come la biochimica e in particola modo i neurotrasmettitori, ancora una volta, sono alla base delle nostre emozioni, come già negli anni settanta una ricercatrice Americana, C. Pert, affermava nel suo libro “molecole d’emozioni”.

Sapere verso quali cibi abbiamo delle intolleranze ci aiuta a modulare meglio la produzione di molecole deputate alla modulazione dei nostri bisogni emotivi e metabolici, quindi ci aiuta a controllare meglio il nostro rapporto con il cibo, modificare anche in piccola parte lo stile di vita e stare più in forma.

La medicina tradizionale e la medicina cosiddetta complementare offrono degli aiuti anche di tipo farmacologico o fitoterapico nel controllo del peso e del metabolismo.



January 30, 2009 Newsletter

È stato pubblicato in questi giorni sulla rivista americana   The Journal of Neuroscience uno studio internazionale che apre nuove e consistenti prospettive per il trattamento dell’Alzheimer. La pubblicazione è frutto di un lavoro di ricerca coordinato da Michele Mazzanti, professore ordinario di Fisiologia al Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell’Università di Milano, e svolto tra la Statale di Milano e l’University College Londra.

Al centro dello studio una proteina, denominata CLIC1, già individuata e descritta in precedenti studi ma il cui effettivo “comportamento”, ossia il meccanismo molecolare che ne regola il coinvolgimento nel processo di rilascio delle sostanze tossiche che si verifica in numerose malattie neurodegenerative, non era fino ad oggi ancora stato chiarito.

È noto che il cervello dei pazienti affetti da Alzheimer è caratterizzato dall’accumulo di aggregati di proteina beta-amiloide. La presenza in eccesso di beta-amiloide richiama una iperattivazione delle cellule microgliali – il sistema immunitario del sistema nervoso centrale – stimolando una massiccia produzione da parte di queste ultime di radicali liberi dell’ossigeno (ROS) e di altre sostanze che, se da un lato svolgono un ruolo fondamentale nel mobilitare altre cellule microgliali verso quella che viene riconosciuta come un’infezione, dall’altro svolgono un’azione fortemente neurotossica, responsabile della neurodegenerazione.

La produzione di ROS da parte delle cellule microgliali è affidata all’enzima NADPH ossidasi, che provoca una reazione ossidativa. È a questo punto che entra in gioco la proteina CLIC1 e il particolare meccanismo messo in luce dal lavoro appena pubblicato.

Normalmente situata nel citoplasma delle cellule microgliali, la proteina CLIC1, in presenza di un ambiente fortemente ossidante – come quello determinato dalla NADPH ossidasi – cambia conformazione, aumentando la sua presenza nella membrana cellulare, dove assume la funzione di canale selettivo per lo ione cloro. Richiamata e stimolata dalla reazione di ossidazione che si realizza con la NADPH ossidasi, la proteina CLIC1 diventa poi a propria volta, nella sua espressione funzionale come canale ionico selettivo per il cloro, un elemento propulsivo al processo ossidativo.
Svolgendo un’azione di compensazione della perdita di elettroni causata dall’ossidazione e garantendo così un potenziale di membrana adeguato, la corrente di cloro dovuta a CLIC1 sostiene e mantiene la produzione dei radicali liberi dell’ossigeno responsabili della neurodegenerazione.
Diventa importante e interessante studiare lo stress ossidativo attraverso la determinazione della produzione di radicali liberi da parte delle cellule con un prelievo si una goccia di sangue prelevata dal polpastrello di un dito della mano. Oltre allo studio della produzione di radicali liberi, è importante conoscere la capacità di difesa dell’organismo. è possibile conoscere la concentrazione della barriera antiossidante, che protegge le cellule dall’aggressione dei Radicali Liberi.

Avendo verificato che l’inibizione della corrente di cloro è in grado di rallentare la produzione di ROS da parte dell’ossidasi di membrana, lo studio apre la strada all’individuazione di un possibile obiettivo farmacologico nel trattamento delle malattie neurodegenerative in cui esista una forte componente neurodegenerativa dovuta ad un accumulo di radicali liberi dell’ossigeno, in primis l’Alzheimer.
(Comunicato stampa Università degli Studi di Milano 12 novembre 2008
Milton RH et al. CLIC1 function is required for beta-amyloid-induced generation of reactive oxygen species by microglia. The Journal of Neuroscience 2008; 28(45):11488-11499)



October 5, 2008 RASSEGNA STAMPA

Gli effetti “farmacologici” del cibo sull’organismo sono un argomento quanto mai antico. È invece storia dei nostri giorni l’aumento dei casi di intolleranze alimentari documentato dal numero di persone che si rivolgono a dietologi e specialisti lamentando quadri clinici differenti riconducibili, spesso, all’assunzione di determinate sostanze alimentari. La medicina ufficiale, da sempre attenta alle allergie alimentari, ha orientato il proprio interesse anche alle intolleranze cercando di trovare metodologie diagnostiche sempre più specifiche.

“I limiti di molti test oggi in commercio sono spesso legati alla necessità di una lettura soggettiva dei vetrini da parte del medico”, spiega il dott. Giuseppe Di Fede direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano. “Quindi, non soltanto i risultati possono essere differenti in base all’esperienza del singolo medico, ma è anche difficile costruire una documentazione oggettiva dei casi. Infatti, mentre per le allergie alimentari è più agevole effettuare la diagnosi clinica e di laboratorio dato che è il paziente stesso a riferire i sintomi all’assunzione di un alimento, per le intolleranze, invece, le reazioni ritardate rispetto all’assunzione degli alimenti rendono di difficile standardizzazione l’approccio diagnostico e clinico.” Per rispondere dunque alle esigenze del mondo medico, negli Stati Uniti è stato introdotto un nuovo metodo di diagnosi chiamato ALCAT® -Antigen Leucocyte Cellular Antibody Test-, che rappresenta un notevole miglioramento nella standardizzazione della metodica diagnostica per le intolleranze alimentari.

Il test usa una metodica “in vitro” su sangue intero che avvicina i risultati alla diagnostica “in vivo”; la reazione con i singoli estratti alimentari in gel (è possibile testare una varietà di alimenti da un minimo di 10 fino ad un massimo di 50 o 100) e non liofilizzati – viene confrontata con aliquote di sangue di controllo non esposte agli estratti alimentari. Dopo la separazione della frazione leucocitaria, ogni aliquota viene analizzata, conteggiata e misurata attraverso uno specifico strumento computerizzato che esprime graficamente la variazione del numero e della dimensione cellulare. I grafici del test, realizzati per singolo alimento, vengono sovrapposti al grafico di controllo determinando classi di positività in base a quanto il campione si allontana dall’istogramma di controllo in termini di deviazioni standard.

Studi clinici Americani, effettuati utilizzando test ALCAT® hanno evidenziato un buon livello di correlazione (83,4%) con il test di provocazione orale a doppio cieco per gli estratti alimentari (dati ricavati da una ricerca che ha coinvolto 19 pazienti, su ognuno dei quali è stata valutata una serie di 50 alimenti), e il 96% di correlazione per gli additivi alimentari (studio condotto su 26 pazienti a cui sono stati effettuati 76 test sugli additivi alimentari, utilizzando il metodo della provocazione orale a doppio cieco con controllo placebo).

Il test Alcat, può valutare la compatibilità ad additivi alimentari, conservanti e sostanze chimiche, antibiotici, antinfiammatori oltre che agli alimenti. Per i bambini sopra i 3 anni è possibile fare il test. La possibilità di evidenziare l’alimento intollerato può aiutare nella risoluzione di un problema che è diventato cronico. È importante evidenziare che il test kit di ALCAT®, l’unico riconosciuto dalla FDA (Food Drug Amministration) sia come allergeni sia come macchina, ha dimostrato la sua affidabilità nei risultati rispetto agli altri test in commercio. Inoltre, si sta procedendo per il riconoscimento CEE, cosa che nessun altro test ha in questo momento.

Garanzia della validità dei risultati è stata la misurazione della potenza proteica (Protein Nitrogen Units). L’inserimento del test nella routine ambulatoriale è immediato grazie alla facilità d’uso da parte del medico e all’attendibilità con cui è in grado di identificare alimenti potenzialmente reattivi nei pazienti con sospetta sensibilizzazione/intolleranza verso alimenti che non si riescono ad identificare agevolmente.

Il Sistema ALCAT TEST
Il SISTEMA ALCAT Test evidenzia una reazione avversa agli alimenti, cioè agli allergeni alimentari (approvati ed autorizzati dalla FDA ). Vengono valutati il numero e le dimensioni dei granulociti neutrofili, prime difese anticorpali dell’organismo, e quando si verifica una loro variazione c’è una reazione avversa a quel determinato alimento.

Il SISTEMA ALCAT Test effettua un dosaggio di qualità secondo parametri ben definiti denominati “criteri di affidabilità”: precisione, sensibilità e specificità. La precisione rappresenta la stima della riproducibilità del test. La sensibilità è la dose minima misurabile di una sostanza (globulo bianco) e il test è risultato sensibile al 96%. La specificità è la capacità di dosare esclusivamente una determinata sostanza (globulo bianco) così da escludere interferenze con sostanze simili e il test è risultato specifico al 92%.
Le modificazioni a carico dei granulociti neutrofili vengono quantificate mediante settori di colori diversi a seconda della gravità della reazione:

settore verde (alimenti non reattivi e correlati);

settore giallo (alimenti con reazione moderata);
settore arancione (alimenti con reazione grave);

settore rosso (alimenti con reazione estrema).

I gradi di reattività non sono necessariamente correlati con la presenza e/o l’intensità delle manifestazioni cliniche. Sarà il medico a vagliare attentamente le risposte del test, in modo da prescrivere una dieta che non privi il paziente dei nutrimenti essenziali e che, nello stesso tempo, riesca a eliminare tutti gli allergeni.
Questa dieta aiuta l’organismo a recuperare nel più breve tempo possibile la tolleranza nei confronti degli alimenti non tollerati; a non riconoscere più gli alimenti verso cui si era intollerante come estranei e nocivi, ma ad accettarli senza provocare in modo diretto o indiretto alterazioni a carico di qualsiasi organo, apparato o sistema.

Per ulteriori informazioni sull’interpretazione di “Alcat test” si prega di consultare la documentazione messa a disposizione dal distributore (IMGeP – tel. 02.58300376).


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